Paciu Maison raccontata dal suo direttore

Dopo una ricerca teorico-pratica in un casolare dismesso, Harry Baldissera fonda Paciu Maison, studio artistico e luogo di progettazione culturale basato sul concetto di “rizoma” (Deleuze-Guattari), un sistema acentrico dove ogni punto si collega a qualsiasi altro suo punto, e ciascuno dei suoi tratti non rimanda necessariamente a tratti dello stesso genere.  Pittore, scultore, scenografo, designer; Baldissera lavora sperimentando su diverse tecniche miste, tra le quali spicca l’uso del tessuto-gesso. La maggior parte delle sue opere riflette il concetto di “palinsesto” di Gérard Genette: 
la continuazione, modificazione o ripresa di un’idea originaria di partenza, cambiandone le sembianze senza modificarne l’essenza. Il suo fine ultimo è creare una memoria identitaria ed universale, perseguendo l’idea di arte in continuo movimento, tra il passato ed il presente, tra il ricordo e l’oblio.

1- Da dove è nata l’idea per la fondazione di Paciu Maison? Qual è lo scopo di questa iniziativa? 

Ciò che risiede alla fondazione di Paciu Maison è la ricerca nell’arte contemporanea, l’idea di poter indagare sul mondo circostante attraverso l’attuale “occhio dell’arte”. Cardinale è stata la scelta di espandere i confini di residenza artistica, fino alla realizzazione e al superamento dell’ “opera d’arte abitabile”. La Maison è infatti arte e luogo di produzione artistica.

2- Come si svolge l’attività di ricerca ?

Questo tipo di iniziativa ricorda l’importanza dello scambio interpersonale. L’arte è lo “scambio” più grande, la condivisione più “pesante”che grava sia sull’artista che sullo spettatore. L’arte offre analisi, narrazione, sentimento: ciò produce coinvolgimento, lo “scambio” per eccellenza. In una epoca come la nostra, che si fonda sull’individualismo e sulle dipendenze, lo “scambio” è la strada per ottenere la libertà. L’attività di ricerca pone le sue basi sulla progettazione e la promozione di eventi, mostre, performance d’arte, incentrando il lavoro sullo scambio tra opera e spettatore.

3- Nella sede di Paciu Maison l’approccio con l’arte può essere interpretato come prettamente istintivo. Come controbattere a questa sentenza?

L’approccio istintivo comporta una “attesa”. La parte istintiva si manifesta nel sentimento, nella ricerca dell’irrazionale: è uno “sfogo”, energia che diventa opera, motore che spinge l’artista. Ciò comporta tempo, perché l’istinto si rivela in esplosioni incontrollabili. L’esecuzione istintiva di una opera d’arte è dovuta all’essenza del suo esecutore ed il risultato è inaspettato. La connessione che si crea tra opera e spettatore fa così riferimento alle fondamenta primitive dell’essere umano.

4 – Come si collegano le stanze di Paciu Maison con le tue esperienze di vita?

Le stanze di Paciu Maison si collegano seguendo due livelli: il livello pratico e quello emotivo. Il livello pratico si fonde con la scelta dei materiali; nella maggioranza delle stanze prevale il senso del movimento, il senso del tempo che scorre. Il livello emotivo si collega alle “esplosioni” di cui ho parlato precedentemente. Da ogni esplosione, come da un vulcano, fuoriesce materiale “magmatico” che prende forma nell’arte, in assenza di ordine cronologico. Le stanze vengono trascritte in una mappatura di sentimenti: Paciu Maison diventa una “cartografia” dell’anima.

5 – Paciu Maison dimostra grande flessibilità e adattamento, d’altronde alla base della tua creatività vi è l’arte del “re-made” e del riuso. Mediante quale processo gli oggetti quotidiani di Paciu Maison prendono vita nell’arte?

Il ready-made potrebbe essere spontaneo qualora non si abbia la possibilità di comprare o avere i materiali. Non significa semplicemente camminare sulle orme di Duchamp: è una necessità dettata dalla praticità e dalla ricerca di un legame con ciò che utilizzo. L’idea è quella di creare oro senza il minerale effettivo: l’opera d’arte si arricchisce senza usufruire della ricchezza dei materiali. Lo scopo è creare “arte funzionale” perseguendo lo stile dell’arte povera, sensibilizzando lo spettatore sul tema del consumo.

6- Paciu Maison è “politica-sociale”, prima che “individuale-personale”, o è possibile che abbracci entrambe le visioni?

Paciu Maison abbraccia entrambe le visioni, infatti lavora a 360 gradi. La sua riflessione è un’indagine sul tempo, la società in cui viviamo e le persone che vi collaborano. Il nostro lavoro è un processo di formazione continua, un percorso che sfida lo schema del luogo comune e dell’abitudine, sia come gruppo che come singoli individui.



VUOI LEGGERE DI PIU’? ECCO UN ESTRATTO SCRITTO DALL’ART DIRECTOR  HARRY BALDISSERA

E’ possibile ammirare, interagire, vivere e creare un’opera d’arte transculturale e abitale… Nella quale lo spettatore diventa attore e fruitore di un nuovo patrimonio culturale? Paciu Maison, dimora d’arte e spazio culturale, è ricerca nell’arte contemporanea. “Il viaggio” si esplica nella creazione di uno spazio dove l’arte viene reinterpreta ed amplificata, con l’dea di poter indagare sul mondo circostante attraverso l“occhio dell’arte”, espandendo i confini di residenza artistica, fino alla realizzazione e al superamento dell’ “opera d’arte abitabile”. 

Le stanze, visivamente e concettualmente molto diverse, proiettano lo spettatore in un viaggio di emozioni e sensazioni, a volte contrastanti, che offrono la possibilità di riconnettersi e riscoprire il proprio mondo interiore attraverso l’esplorazione della dimora. Entrare fisicamente nel quadro, rendere viva l’arte vivendola; scrivere sulle pareti per riscrivere la memoria dello spazio; e mettere in questione il pubblico e il privato. 

L’edificio perde la sua iniziale realtà materiale per acquistare una nuova dimensione culturale: lo spazio quotidiano si trasforma in Arte Abitabile. 

Si sviluppano due concetti principali: l’idea di “palinsesto” (G. Genette) e di “rizoma” (Deleuze – Guattari). 

Attraverso lo straniamento dell’oggetto quotidiano, si valorizza il concetto di “oggetto morto” di Tadeusz Kantor nel suo “teatro della morte”, mentre, salendo le scale intraprendiamo un viaggio nel tempo mediante la fotografia. 

E’ un percorso tra presente e passato, che ci ricorda di essere stranieri anche e soprattutto in noi stessi. Il concetto di normalità è messo in questione attraverso il volume ed il colore, analizzandolo attraverso lo sguardo del “bambino”, l’unico in grado a percepirne l’essenza. 

L’ infanzia è vista come una possibile via d’uscita dagli schemi sociali, che tendono a scindere l’umano in varie parti senza valorizzarne la diversità. La non accettazione del diverso è la malattia del nostro tempo. (“Il normale e il patologico” di Canguilhelm). 

Pur mantenendo la propria funzionalità, le stanze diventano quadri mancanti di cornice, semplificando il legame tra arte e vita in un virtuoso gioco di riflessi: la vita quotidiana si riflette nell’arte così come questa si riflette a sua volta nella prima. Si perde lentamente il rapporto tra finzione e realtà, lasciando lo spettatore nell’incertezza: dove finisce la prima e dove comincia la seconda? L’opera, in costante divenire, è infatti l’anima stessa; entrando dalla “porta di ingresso” si viene immersi in un mondo interiore e intimo, che ci permette di ricostruire ed ampliare una nuova visione. Arte che porta ad un impatto sociale di cambiamento ed esplorazione del nuovo pur mantenendo un’identità storica. 

Cardine è stata la scelta di espandere i confini di residenza artistica fino alla realizzazione e al superamento dell’ “opera d’arte abitabile”: La Maison è infatti arte e al contempo luogo di produzione artistica. Oltre a laboratori tematici, sono state realizzate mostre d’arte, shooting fotografici, produzioni cinematografiche, teatrali e performative. L’indagine si è modificata e ha portato alla riflessione su una nuova visione di arte transculturale, dove l’osservatore diventa co-partecipante all’opera e modifica in modo mutevole e perpetuo il tempo e la continua ricerca del nuovo.  

La casa è dunque un’opera viva. Viene messo in questione il pensiero di Ortega e Gasset: “Il quadro come la poesia o come la musica, come ogni opera d’arte, è un’apertura di irrealtà che avviene magicamente nel nostro ambiente reale. Quando guardo questa grigia parete domestica, la mia attitudine è, per forza, di un utilitarismo vitale. Quando guardo il quadro, entro in un recinto immaginario e adotto un’attitudine di pura contemplazione. Dal reale all’irreale, lo spirito fa un salto, come dalla veglia al sonno”. (Ortega e Gasset, 1995, p.795).”Meditazioni sulla cornice”.In: “Storia dell’estetica. Antologia di testi”.

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