Da Jacques Derrida a Peter Einsenman: assonanze e dissonanze tra decostruzione e decostruttivismo

“Deconstructivist Architecture”, Museum of Modern Art (New York), 1988

Nel corso del Novecento nascono numerose correnti di pensiero, prime tra tutte le avanguardie artistiche di inizio secolo, che smuovono le radici delle secolari tradizioni occidentali, destabilizzando i pilastri della cultura visuale e non solo.

La decostruzione, concetto coniato dal filosofo Jacques Derrida, si inserisce agilmente in questo panorama, sia per i suoi caratteri intrinseci, sia per il poter essere declinata in più di un singolo ambito di produzione. L’analisi decostruttiva è legata ad una nuova forma di “lettura”, di un testo – il quale non è necessariamente scritto – che viene sottoposto, o meglio, che possiede questo processo.

Ritratto di Jacques Derrida, Valerio Adami, 2004
Ritratto di Jacques Derrida, Valerio Adami, 2004

Jacques Derrida è stato un filosofo, saggista, accademico ed epistemologo francese. Il concetto di decostruzione da lui coniato non viene mai proposto attraverso una definizione, ma si potrebbe indicare come un’indagine, una presa di coscienza delle implicite contraddizioni presenti alla base della metafisica – che rappresentava il principale modello di pensiero – e di tutta la produzione culturale in generale. Un’ottica che propone l‘impossibilità di un sapere esaustivo e totalizzante come quello concepito fino a quel momento.

La decostruzione non è soltanto, come il nome potrebbe trarre in inganno, una tecnica di costruzione rovesciata, o di distruzione. È invece uno smontaggio metodico e analitico, che propone una rottura con la tradizionale nozione di sistema, suggerendo una ricerca di nuove configurazioni del sapere.

Ma come si può associare la filosofia all’architettura?

La tradizione filosofica ha utilizzato molto spesso il modello architettonico come metafora di un pensiero strutturato e ordinato. Si può portare a esempio Karl Marx il quale imposta il materialismo storico secondo una sovrastruttura, ciò che non riguarda l’ambito economico e dunque la produzione di idee, la quale nasce grazie alla struttura, i rapporti economici. E ancora l’architettonica of Kant, definita come l’arte dei sistemi.

Bisogna distinguere però tra decostruzione and decostruzionismo o decostruttivismo. La parola decostruzionismo, mai usata da Derrida, fu introdotta in ambito letterario; il termine decostruttivismo venne usato invece nei circoli architettonici, «probabilmente perché la parola sembrava già familiare» [1], sostiene il filosofo, stabilendo un legame a livello semantico ma anche concettuale che si dirama nei due ambiti.

Il problema principale che si pone è che l’architettura è vincolata a delle funzionalità, a dei valori – estetici abitativi, rappresentativi, antropocentrici – dai quali dovrebbe distaccarsi, nel caso si metta in atto un’architettura decostruttrice.

Ma è possibile pensare l’architettura o fare architettura senza un legame essenziale con tutto ciò che è implicato o presupposto dalla città?

L’architettura non si può definire autoreferenziale, la maggior parte delle volte è abitata, o rimanda a una storia, a una cultura dell’architettura. La rottura può avvenire quando un certo avvenimento rende caduchi o superati, non i valori insiti nel modello, ma la necessità di correlare la struttura a questi valori, che costringe gli edifici in un modello filosofico o metafisico che limita la struttura stessa nelle sue potenzialità.

“Deconstructivist Architecture”, Museum Of Modern Art (New York), 1988
“Deconstructivist Architecture”, Museum Of Modern Art (New York), 1988

Nel 1988 il MOMA (Museum of Modern Art) di New York ospita la mostra intitolata “Deconstructivist Architecture”, nella quale espongono le proprie opere sette architetti: Peter Eisenman, Zaha Hadid, Daniel Libeskind, Frank Gehry, Bernard Tschumi, lo studio Coop Himmelb(l)au e Rem Koolhaas [2]. A partire da questo evento il nuovo linguaggio decostruttivista architettonico irrompe nello scenario internazionale, affermandosi in contrapposizione alla corrente minimalista, in voga in quel momento.

Il nome della frangia stilistica fu deciso dai curatori della mostra – Philip Johnson e Mark Wigley – al fine di costituire una connessione tra il tipo di architettura presentata, la ricerca filosofica del tempo (quella decostruzionista, appunto), e l’architettura costruttivista dell’avanguardia sovietica del primo ventennio del ‘900. Tutte le opere esposte erano accomunate da una medesima cifra stilistica, e soprattutto dalla volontà di rinnovarsi radicalmente rispetto l’architettura precedente, evidenziando una discontinuità con la ricerca moderna e post-moderna.

Con le produzioni di questi architetti si arriva a un momento di rottura: i principi geometrici costituitivi dello spazio architettonico fino a metà del XX secolo, vengono superati. Tutti gli elementi dell’architettura tradizionale vengono sciolti e dislocati per riformarsi attraverso una singola superficie o un insieme apparentemente caotico, ma rigoroso, di piani.

House II, Peter Eisenman, 1970
House II, Peter Eisenman, 1970

Tra gli architetti presenti alla mostra del MOMA Peter Eisenman è stato colui che si è più sbilanciato in alcune considerazioni riguardo una vicinanza con il pensiero di Derrida.

Nelle sue considerazioni Eisenman riconosce il suo lavoro come «affine a quello di Duchamp, che svelava l’aspetto “repressivo”dell’arte» [3]; questa assonanza con il lavoro di Marcel Duchamp, è visibile: sia l’artista dadaista che Eisenman si sono operati in produzioni che cercavano di rivoluzionare i tradizionali canoni di una creazione artistica. Da una parte un tentativo di non-arte, dall’altra di non-architettura.

Eisenman sostiene che l’architettura non deve necessariamente esprimere significati ed avere un progetto critico e sociale sotteso, nonostante dichiari la necessità di contrapporsi alla dilagante omologazione che stava trasformando le strutture architettoniche in infrastrutture. Bisognerà allora «pensare all’architettura e quindi alle forme architettoniche come potenzialmente capaci di generare nuovi significati» [4]. Con questa dichiarazione, quindi, l’architetto si pone in linea con il pensiero di Jacques Derrida.

Si possono però riscontrare alcune divergenze tra il pensiero del filosofo e quello dell’architetto. In particolare quello più rilevante tratta il concetto di “presenza di un’assenza” [5], ovvero il valore dato allo spazio vuoto. La questione del vuoto ha autorizzato molte interpretazioni di ambito religioso e trascendentale, incoraggiate dagli architetti stessi. In particolare, si può fare l’esempio del museo ebraico di Berlino di Daniel Libeskind, altro architetto decostruttivista, la quale struttura non è sicuramente stata de – teologizzata come avrebbe dovuto essere nell’ambito della realizzazione di una struttura decostruttiva. Proprio perché la decostruzione non è un meccanismo distruttivo, non crea dei vuoti di sapere, le dichiarazioni di Eisenman sulla necessità di una teoria dell’architettura sul vuoto, si distanziano dalle teorie di Derrida.

Nonostante le differenze di pensiero, nella produzione degli architetti decostruttivisti c’è comunque stato il tentativo di decostruire in una maniera pratica, ovvero costituendo e costruendo nuove strutture che hanno implicato un lavoro di decostruzione. Anche dove questi principi non sono stati applicati con successo, c’è stata comunque una forte volontà di riflessione su un tema fondamentale, che ha portato l’insorgere di un ripensamento di tutto ciò che fino a quel momento era considerato imprescindibile nel linguaggio architettonico.

Articolo a cura di Elena Coden

[1] J. Derrida, Adesso l’architettura, Libri Scheiwiller, Milano, 2008, pag. 155.

[2] P. Johnson, M. Wigley, Deconstructivist architecture, Distributed by New York Graphic Society Books, Little Brown and Co. 1988.

[3] In: Rassegna di Architettura e Urbanistica, anno XXXIII, n. 97, aprile 1999, pag. 3.

[4] Ivi, pag. 2.

[5] P. Eisenman, Moving arrows, eros and other errors – an architecture of absence, London, Architectural Association, 1986.

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