Coronavirus: per l’Italia la miglior cura è il silenzio

«Questo paese ha bisogno di silenzio»

Cantava il gruppo bolognese de Lo Stato Sociale. E mai come in questo momento abbiamo bisogno di silenzio, nonostante per le strade, così vuote che sembra sempre domenica mattina, la quiete sia quasi inquietante.

Il silenzio di cui l’Italia necessita ora è lo stop alla disinformazione, quella che può – questa volta davvero – uccidere. Stiamo vivendo un momento particolare, unico nella vita di molti e abbiamo dei mezzi senza precedenti che ci permettono di rimanere costantemente aggiornati sugli sviluppi del Nuovo Coronavirus. Ma dall’altro lato, siamo sommersi di articoli, notizie e informazioni che è molto difficile filtrare, di cui è complesso rintracciare la fonte. Gli schiamazzi delle fake news sul web, però sono estremamente pericolosi: per la salute psicologica e fisica di tutti, in primis, ma anche perché creano terreno fertile per le speculazioni politiche. Molte persone potrebbero perdere parenti e cari e diffondere sul web il fatto che questo virus si curi con il limone, non può portare decisamente nessun bene, così come utilizzare un momento di debolezza come trampolino di lancio per diffondere degli ideali politici.

Una quiete dettata dal buonsenso, quindi, ma non un silenzio stampa: c’è bisogno ora più che mai di rallentare i ritmi e produrre, creare, condividere le proprie idee, farsi compagnia a vicenda (virtualmente). Tirando un po’ il fiato dalla vita di tutti i giorni si possono guardare le cose con più distacco, ma anche con più concentrazione, approfondire argomenti di studio e dedicare del tempo a sé.

«Questo paese ha bisogno di silenzio solo dopo
La musica avrà di nuovo un senso»

Frutto della clausura sono i numerosi progetti che stanno nascendo dal punto di vista culturale, caratterizzati da una grande umanità che riesce a trapelare anche da dietro gli schermi dei computer. Dato che il lato economico-capitalista dell’arte viene meno per l’assenza di entrate, conseguente alla chiusura di musei e gallerie, diverse realtà hanno messo da parte questo fattore, proponendo contenuti gratuiti al pubblico. I due minuti di MAMbo al giorno, il catalogo della Cineteca di Milano, una quarantena di fumetti della Coconino Press, l’Uffizi Decameron, il blog del sito di Palazzo Strozzi IN CONTATTO, sono solo alcuni dei progetti che svelano quello che c’è dietro i meccanismi frenetici dell’arte contemporanea: uomini e donne appassionati. Queste iniziative sono estremamente lodevoli, e permettono anche alle persone che normalmente non si avvicinerebbero al mondo museale di accedervi da casa.

Ma questo scatena una seconda riflessione, rinforzando l’idea che anche la cultura ha bisogno di meno fretta e più silenzio, ovvero: quanto il sistema dell’arte succube all’onda del capitalismo, si fosse allontanato dai veri bisogni dei suoi fruitori.

Le persone faticano ad avvicinarsi al mondo dell’arte, che sembra sempre più irraggiungibile e vicino a un circuito economico piuttosto che di integrazione della cultura nel tessuto sociale. Non solo durante le epidemie è utile la digitalizzazione dei contenuti – solo il 10% delle strutture museali italiane dispone di un catalogo digitale (ISTAT) – ma per tutte quei luoghi (il 53% per l’esattezza) che non sono ancora attrezzati ad accogliere le persone con ridotta capacità motoria o altre disabilità. Aggiungendo in più coloro che non possiedono le capacità economiche, per cui è proibitivo pagare una decina di euro per accedere a un sito culturale.

«Restano forse i libri, i concerti, le lotte di strada, l’amore
I luoghi in cui davvero sei solo
In cui davvero sei qualcuno»

Silenzio e solitudine sono le parole d’ordine con cui affrontare questo momento, concetti che dobbiamo sfruttare per allontanarci dalle notizie false e dai ritmi frenetici, per avvicinarci a quello avevamo lasciato da parte nella vita quotidiana, per aumentare il nostro senso critico, e per essere qualcuno.

Articolo a cura di Elena Coden

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